La storia del luogo

Stazio Trebio: un nobile conzano antiromano

Compsanus erat Trebius, nobilis inter suos; sed premebat eum Mopsiorum factio, familiae per gratiam Romanorum potentis.
“Trebio era di Compsa, illustre tra i suoi, ma lo schiacciava il partito dei Mopsii, famiglia potente grazie al favore dei Romani”.

Così conosciamo, dalle parole dello storiografo di età augustea Livio (Ab urbe condita, 23, 1, 2), il sintetico profilo di un nostro illustre conterraneo, Stazio Trebio. Già il nome è interessante, perché indica il suo forte radicamento alla terra irpina. Sia la gens Statia, infatti, che la gens Trebia sono due potenti famiglie irpine, attestate nell’area sannitica centro meridionale. Spesso nei matrimoni illustri si potevano mantenere entrambi i gentilizi, anche se poi nel passaggio dall’osco al latino l’onomastica Statius Trebius o Trebius Statius è stata intesa come prenome e nome.

Quella di Livio è l’unica testimonianza su Trebio, ed è tanto più interessante se si considera che Livio è storico filoromano, ma il ritratto che consegna di Stazio è quello di un nobile ammirevole, che difende la libertà della sua gente dall’imperium dei Romani.

Già l’espressione “Compsanus erat Trebius” sottolinea il legame con la sua terra: prima che la sua nobiltà sembra più importante la sua provenienza, il suo identificarsi, quasi, con Compsa. Poi Livio lo definisce “nobilis inter suos”, e qui sembra suggerirci non solo la nobiltà dei natali di Trebio, ma soprattutto il carisma di un capo di un vero e proprio gruppo - i “suoi” appunto -, abituato all’uso delle armi, secondo la tradizione sannitico-irpina.

Secondo la prima Mopso appartiene alla generazione dei partecipanti alla guerra di Troia e appare legato a due grandi personalità di eroi e vaticinatori, Calcante e Amphiloco. Il Mopso a cui si richiamano i partigiani filoromani di Compsa sarebbe quindi uno dei protagonisti delle saghe dei Nostoi che raccontano il ritorno a casa degli eroi della guerra di Troia ed è rappresentato nella tradizione come l’eroe locale delle genti di Asia Minore. La tradizione ricorda l’incontro nel santuario di Claros tra Mopso e Calcante: i due si sfidano in una gara di arte divinatoria e Calcante, battuto, muore dal dispiacere, come già gli era stato vaticinato da una profezia quando combatteva a Troia. Mopso è evidentemente visto come l’eroe locale, il campione asiatico che si contrappone a Calcante, elemento greco, sconfiggendolo simbolicamente sul suo campo, perché dimostra di essere migliore di lui.

Solo due anni dopo, però, Compsa sarà assediata e conquistata dall’esercito di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore. Ci piace, insieme con Lariccia, immaginare che sia morto nella strenua difesa di Compsa, combattendo insieme ai suoi uomini, in un estremo sacrificio per la sua terra. Però, pur nel gioco delle deportazioni che i Romani praticavano, sempre nella finalità di controllare i loro territori, la storia ha reso un po’ di giustizia a questi partigiani irpini: mentre il nome della gens Trebia persiste in una località della Liguria, che si chiama appunto Trebiano, i Mopsi non hanno, invece, lasciato traccia di sé (se non nella letteratura pastorale).