La storia del luogo

L'età arcaica: la fase sannitico-irpina

I Sanniti-Irpini si stanziarono nel territorio di Compsa, nell’Alta Valle dell’Ofanto, tra V e IV secolo a. C. Quella degli Irpini, formata da una componente trans-adriatica e da una italica, era la più meridionale delle quattro tribù che costituivano il popolo dei Sanniti ed era affine a quella vicina dei Lucani. Le informazioni principali sugli Irpini come entità etnica ci pervengono grazie a delle testimonianze letterarie, di Strabone e Festo.

STRABONE:
ἑξῆς δ᾽ εἰσὶν Ἱρπῖνοι, καὐτοὶ Σαυνῖται: τοὔνοµα δ᾽ ἔσχον ἀπὸ τοῦ ἡγησαµένου λύκου τῆς ἀποικίας: ἵρπον γὰρ καλοῦσιν οἱ Σαυνῖται τὸν λύκον: συνάπτουσι δὲ Λευκανοῖς τοῖς µεσογαίοις. περὶ µὲν Σαυνιτῶν ταῦτα.
“Vengono poi gli Irpini, anch’essi Sanniti; derivano il loro nome da quello di un lupo che conduceva la colonia: i Sanniti infatti chiamano HIRPOS (ἵρπον) il lupo. Essi confinano con i Lucani (Λευκανοῖς) nell’entroterra. E ciò basti per quel che riguarda i Sanniti”

Da quanto ci riferisce Strabone gli antichi Irpini appartenevano al potente e bellicoso ceppo dei Sanniti; poi compariranno come entità separata dal Sannio durante la guerra annibalica, quando il loto territorio è definito da Livio ager Hirpinus ed essi sono menzionati come popolazione distinta dai Sanniti (peraltro durante la guerra annibalica il nome Samnium ha assunto un significato più ristretto).

Anche Festo ci parla della particolare etimologia del nome del popolo, proprio come Strabone.

FESTO:
Hirpini appellati nomine lupi, quem hirpum dicunt Samnites, eum enim ducem secuti agros occupavere
“Chiamati Irpini dal nome di un lupo, che i Sanniti dicono hirpum, infatti per averlo seguito come guida occuparono i territori”

Elemento centrale del passo è la figura del lupo come animale che guida il popolo in cerca di nuove sedi, facendo riferimento alla pratica rituale sannitica, e italica in genere, del ver sacrum, che comportava la deduzione di nuove colonie. La figura del lupo nell'immaginario collettivo del mondo greco-romano è una figura simbolica cui sono legate valenze antropologiche, sacrali, ma anche politiche. Sembra, quindi, diventare una sorta di elemento ideologico intorno al quale trovano un punto di aggregazione e riconoscimento di se stessi vari popoli, soprattutto nell’Italia Meridionale. Infatti, da un lato la figura del lupo richiama il suo carattere ferino, dall’altro la sua capacità aggregativa e di combattimento di gruppo, facendo talvolta anche uso dell’inganno. Queste caratteristiche sono le stesse che vengono riconosciute anche nel modus operandi dei mercenari sanniti, sia nella sfera d’azione politica, ma ancora di più in quella della tattica militare. I guerrieri sanniti e irpini, quindi, affini alla figura del lupo, venivano considerati “irregolari”, di conseguenza banditi, fuorilegge, elementi socialmente pericolosi. Nella tradizione romana esiste una identificazione parallela tra abitatori delle montagne e banditismo, come se la devianza sociale fosse già insita nella natura del luogo.

Livio definì il popolo sannitico-irpino come una tribù di montani atque agrestes, cioè di abitatori di montagne la cui economia si basava soprattutto sull'agricoltura (la terra fertile donava abbondanti raccolti di cereali) e sulla pastorizia. Riguardo alla pastorizia e alla transumanza (verso la Puglia), alcuni reperti hanno sollevato l’ipotesi di una antica lavorazione tipica del latte. Silio Italico, poi, afferma che gli Irpini ricavavano il loro sostentamento anche dalla caccia, soprattutto di cinghiali, destinata paradossalmente anche al divertimento. L’artigianato consisteva nella tessitura, cui erano dedite le donne, e nella metallurgia, particolarmente sviluppata per la produzione di armi. L’insediamento era ancora di tipo vicanico, ma ad esso gli Irpini aggiunsero l’oppidum, la cittadella fortificata, utile come riparo in caso di incursioni nemiche o all’interno della quale si officiavano le cerimonie religiose.

Data la strategica posizione di Compsa nel percorso istmico adriatico-tirrenico, essendo crocevia di strade importanti dell’antica Roma (come l’Appia), non è esclusa la possibilità di un mercatus compsanus che vedeva lo scambio di manufatti italioti, piceni, etruschi, compsani. Diversi interessanti reperti archeologici, alcuni dei quali conservati nel Museo del Parco archeologico, mostrano e testimoniano i rapporti con la Magna Grecia. È noto il caso di un elmo del tipo “attico-calcidese” che presenta un'iscrizione in lingua osca, dalle cui discusse traduzioni emergono dei riferimenti alla città di Metaponto. Questa città della Magna Grecia avrebbe assoldato una vereia formata da viri o milites, cioè un contingente militare di mercenari irpini provenienti da Compsa.

Nel territorio irpino, come risulta dalla necropoli di Aeclanum, già nell'età del Rame veniva praticata l’inumazione, per cui i cadaveri venivano sepolti in posizione rannicchiata. Quando gli Irpini occupano quelle zone, iniziano a notarsi cambiamenti nella struttura delle necropoli e nella composizione dei corredi. Si usa argilla più raffinata; nelle tombe, insieme ad altri monili di bronzo, compare il bracciale ad arco inflesso; il numero di vasi e oggetti aumenta notevolmente. Si parla non soltanto di un aumento della ricchezza soprattutto delle famiglie aristocratiche, ma anche di un processo di “oschizzazione”, che prevede una serie di cambiamenti culturali tesi ad un avvicinamento alle culture italiche. Il segno del cambiamento è segnalato dal prestigio sociale del defunto: i corredi funebri diventano più ricchi e più particolari (ad esempio per i soldati vi era un cinturone di bronzo, che rappresentava il “bottino di guerra”).

Uno degli aspetti più interessanti del sistema insediativo degli Irpini sono i santuari. A partire da quello della Mefite nella Valle d’Ansanto, la loro funzione era probabilmente di aggregazione politica, economica (come luogo di accentramento di risorse e beni), ma anche amministrativa. Nel caso del culto della dea Mefite, si pensa anche ad un aspetto salutifero.